Miti al tramonto

I miti non durano in eterno,neppure in politica . Non è durato il mito dell’immortalità di Andreotti e non è durato il mito dell’onestà delle  giunte rosse  ; allo stesso modo, Matteo Renzi sta cercando di far cadere il mito del bicameralismo perfetto ,mentre il mito della nostra meravigliosa Costituzione scricchiola sotto l’attacco di riforme dilettantesche .

C’è tuttavia un altro mito che è tramontato da un pezzo ,anche se di nascosto, ed è il cosiddetto “modello toscano” ,ossia il sistema su cui si è basata ed ha prosperato per alcuni decenni una  delle regioni rosse per eccellenza . La Toscana , anzi , ha giustificato le maggioranze bulgare ottenute dalla sinistra con la qualità della propria gestione amministrativa , costruita attraverso un forte controllo del territorio ,un legame invasivo fra politica ed associazioni ed una classe dirigente sufficientemente preparata per far quadrare i conti fra ragione di partito e pubblico interesse.

La presenza nel territorio di un’economia molto diversificata con propensione all’export  ,costruita su alcuni distretti industriali e sulla forte osmosi fra sistema bancario ,istituzioni ed imprenditoria  ha permesso alla politica locale di campare di rendita e di mettere a bilancio risultati eccellenti , quali ad esempio altissimi livelli occupazionali ,alto tenore di vita e soglie di evasione fiscale ragionevolmente basse  rispetto alle medie nazionali. La Toscana ,così combinata , pareva un’isola felice ,sia che la si guardasse dall’esterno  che dall’interno ,al punto che persino l’opposizione , democristiana prima e berlusconiana poi ,pareva  rassegnata ad un ruolo più o meno collaborativo di minoranza eternamente perdente .

La crisi di questo microcosmo virtuoso ,peraltro , è arrivata in silenzio , persino in ritardo rispetto alla devastante recessione che ha colpito il resto del Paese: la classe politica del nuovo millennio , orfana del PCI ,si è rivelata inadatta a dominare il simultaneo venir meno dei bei fondamentali del tempo che fu ,messi in secondo piano da esigenze personali di carriera e lotte intestine fra le correnti più o meno spurie del post comunismo. Il modello toscano , insomma, ha subito la progressiva ed inesorabile erosione dei suoi pilastri senza poter davvero provare a porvi un freno: crisi del comprensorio del tessile, crisi del distretto del cuoio , crisi della grande banca MPS e crisi della piccola impresa e dell’occupazione. Crisi, tanto per comprendere appieno il fenomeno, di un intero modello sociale e dei suoi riferimenti politici ed istituzionali.

Il passaggio doloroso al Pd ed alla fusione fredda fra ex comunisti e sinistra democristiana ,per molti aspetti, ha permesso di rinviare la resa dei conti e mettere il silenziatore al dissenso , ma non ad impedirlo , come testimoniano le crescenti percentuali di toscani che ,quando non votano per le opposizioni , preferiscono  non votare affatto : è la certificazione della fine di un idillio, della Toscana tutta Casa ( del Popolo ! ) e lavoro , delle piccole aziende tirate su nel garage di casa lavorando conto terzi e della convergenza fra politica,sindacati ,imprese e cooperative, con la benedizione della Chiesa ed il plauso di tutto l’associazionismo rosso e bianco.

In questa disgregazione silenziosa   ,ben rappresentata dal collasso della ricca Siena ,della sua storica banca e di una delle università più antiche D’Europa , quello che più emerge è proprio il contrasto stridente fra la nuova nomenklatura renziana , fiera del proprio potere ma alla fine indifferente rispetto a quanto sta avvenendo nel territorio , ed il distacco disincantato di fasce crescenti di popolazione , comunque ormai mature per una logica di alternanza politica che alcune realtà  ( il Movimento 5 Stelle a Livorno e la Lega ad Arezzo ) hanno reso già improvvisamente possibile .

Ugualmente misterioso ,del resto, è il modo in cui il sistema politico toscano, post comunista prima e piddino poi, cerca nonostante tutto di negare l’evidenza della  crisi, che  evidentemente è tutt’altro che passeggera e coinvolge in modo inequivocabile la propria classe dirigente . I vecchi boiardi di scuola PCI , infatti,hanno lasciato il passo a figure  meno legate al territorio ,magari prive di spessore ideologico ma in compenso dotate di pragmatismo e faccia tosta. A costoro , infatti,tocca l’ingrato compito di mantenere uno straccio di consenso destreggiandosi  fra Asl in crisi , enti dai bilanci in rosso e briciole di denaro pubblico da far girare in qualche modo, sempre a vantaggio dei soliti noti e comunque senza paracadute. A costoro tocca, tutto sommato, rammendare le toppe di una coperta sempre più corta e lacera. Eroi della rivoluzione 2.0 ,in apparenza.

Ma se guardiamo oltre la apparenze ,scopriamo che i figli viziati dei post comunisti e dei post democristiani ,oggi riuniti nel Pd , sono tutto tranne che eroi della rivoluzione e non hanno neppure il carisma e gli attributi dei loro predecessori .  Questa nuova classe politica ,anzi, disperde la propria azione dietro ai progetti di mille comitati d’affari ,per lo più camuffati da logge massoniche di seconda scelta o da fondazioni agganciate a questo o quel capobastone. E’ la politica succube del business ,dei progetti faraonici e dei favori incrociati, la stessa politica che in Italia  si fa quasi ovunque ma che in Toscana riesce assai meglio grazie all’ambiente ovattato ed al forte controllo che il Partito Unico esercitava ed esercita sulle relazioni economiche ed istituzionali.

Non è un caso se oggi,alla faccia di una crisi che sta mettendo in ginocchio persino i tanto decantati “ distretti industriali “ , la politica reagisce con un piano di tagli al sistema sanitario  regionale ,che riduce la Asl ma non garantisce il mantenimento dei servizi, o con un accorpamento delle ex province in aree metropolitane dal dubbio funzionamento, indipendentemente dai limiti intrinseci ad un visione “Firenze – centrica”  dal carattere opprimente e dai costi elevati : è ,di fatto,la resa della politica alla logica dei tagli pensati a tavolino ,senza alcun riguardo per i territori che si pretenderebbero di amministrare. E’ ,di fatto, l’idea di andare avanti senza ascoltare i segnali d’allarme: basta che gli elettori, i toscani, non facciano lo stesso.

Ecco perché,alla fine, in Toscana è necessaria come il pane la costruzione  di una opposizione degna di questo nome   ,quella che fino a ieri non si è fatta mai sentire e che oggi trova un elettorato disincantato e preoccupato che è finalmente  disposto ad ascoltare : se la Toscana è stata governata malissimo ,anche quando nessuno se ne accorgeva  ,è stato anche per questa assenza di dialettica democratica  che ha abituato la gente al silenzio. Silenzio su Mps, bancomat della politica,silenzio sul degrado urbanistico delle nostre meravigliose città ( Firenze in testa ) ,silenzio su una crescente insicurezza sociale sospesa fra nuovi poveri e nuove forme di criminalità ,organizzata e non. Silenzio anche su fatti di ordinaria scelleratezza, sulla spettabile cooperativa in cui si consumano abusi d’ogni genere e sulla gestione allegra di troppe associazioni locali : per tutti ,costoro erano infatti “i buoni” ,quelli che non sbagliavano , ma che potevano permettersi qualsiasi cosa grazie all’insonorizzazione del proprio operato ed alla presunzione di impunità.

L’omertà ,perché di questo si tratta, deve quindi lasciare il posto alla chiarezza ,alla politica fatta nel pubblico interesse e non per questioni di bottega. Solo così la Toscana potrà salvarsi dall’ inesorabile declino che la  sta lentamente facendo scivolare dalla ingegnosa prosperità allo stato vegetativo tipico dei sistemi al tramonto.

I miti passano, le giunte rosse ,sia pure impallidite , anche.

 

Stefano Del Giudicepegaso

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