Democrazia in bianco e nero

Le recenti vicende interne , i fatti di Treviso come quelli di Roma, ci insegnano almeno due verità fondamentali che ogni politico ed ogni pubblico amministratore dovrebbero mandare a memoria  senza discutere: innanzi tutto ,emerge con chiarezza che l’accoglienza degli immigrati esige una pianificazione , ovviamente fondata sulla razionalità e non sull’ideologia ; in secondo luogo, appare del tutto evidente che l’integrazione non può essere imposta con gli atti autoritativi e con i manganelli ,anche quando sono della polizia .In sintesi, non vi può essere integrazione senza la condivisione di un percorso di reciproco avvicinamento fra le parti attrici del fenomeno.

Quello che è evidente ,però, è che contravvenire a questi principi di buon senso porta a conseguenze estremamente negative e di esito incerto, come avviene in ogni situazione in cui povertà diverse vengono messe in contrapposizione le une con le altre  : la macelleria sociale,insomma , non si realizza solo tassando e tartassando, ma anche semplicemente obbligando i  poveri d’ogni razza e religione a mettersi in competizione e farsi la guerra per la sopravvivenza .Se consideriamo ,poi, che le guerre fra poveri sono notoriamente sanguinose e disumane , non è difficile comprendere che ciò di cui stiamo parlando  finisce per somigliare molto più da vicino al mattatoio pubblico di Chicago che non alla celebre bottega del poetico Cecchini , il macellaio tutto Dante e braciole che ogni tanto sproloquia in televisione.

Resta l’impressione ,tuttavia, che qualcosa sia cambiato e non esattamente in meglio : scoperchiato il pentolone di mafia capitale , con il suo retroterra di cooperative , appalti  e centri di accoglienza , qualcuno si è accorto che il business degli immigrati non poteva più essere gestito per grandi numeri e che riempire gli alberghi sul litorale o fra le colline poteva danneggiare intere turistiche .Ecco allora che si cambia registro , con l’idea di frammentare l’accoglienza distribuendo gruppi e gruppetti in giro per lo stivale ,sperando di dar poco nell’occhio : basta un pullman ed ecco che un centinaio vanno a Montebelluna , ottanta a Roma nord e centotrenta nel Varesotto.Se nessuno protesta , tutto bene ,altrimenti il prefetto si inventerà qualcosa ,compresa la requisizione di appartamenti sottratti ai legittimi proprietari in forza di non si sa bene quale  pubblico interesse . Se qualcuno si azzarda a protestare, legittimamente o meno, arriva la polizia con manganelli e lacrimogeni.

Detta così, sembrerebbe poco più che una storia di ordinaria incompentenza  , con un governo che ha poche idee ma confuse e qualche prefetto tanto zelante quanto sprovveduto. Ma se un ex ministro della Repubblica come Cecile Kyenge, fin troppo vicina alle esigenze degli immigrati, parla tranquillamente di un nuovo modello di integrazione , basato sulla “semina” di profughi e clandestini , in modo da farli convivere porta a porta con i residenti dei nostri centri abitati ,la cosa cambia e parecchio : infatti, è evidente che un simile approccio al problema comporta impatti drammatici sulla popolazione italiana ,che non può non reagire con durezza al sequestro dei propri  immobili, su cui magari paga con difficoltà un mutuo ipotecario, o al repentino degrado di ogni  standard di sicurezza .Allo stesso tempo, è evidente che la soluzione dei manganelli e degli agenti in assetto anti sommossa è un rimedio peggiore del male,perchè inasprisce fatalmente i termini di un conflitto che a termini di logica non dovrebbe neppure nascere e rischia di trasformare in razzista e xenofobo un popolo che razzista e xenofobo non lo è mai stato.

Quello che tuttavia è incomprensibile è la superficialità e l’arroganza con cui si pretende di ottenere, in un batter d’occhio, quello che in Paesi ben più attrezzati  hanno  realizzato in alcuni decenni: quanto tempo è durato il percorso di integrazione delle comunità immigrate negli Stati Uniti ? E quanto tempo è occorso prima che la comunità turca in Germania , integrata ai tempi del kaiser per la forte domanda di manovalanza da parte delle  ferrovie tedesche , esprimesse attori e calciatori di successo o addirittura portasse dei suoi esponenti nel Bundestag ? La risposta è fin troppo semplice : questi sono processi che hanno tempi di realizzazione fisiologicamente lunghi,che piaccia o meno a Cecile Kyenge o al ministro Alfano.

Di sicuro,però, non c’è spazio per l’integrazione se non vi è un percorso condiviso che parta dall’inclusione in un sistema sociale articolato , in cui il lavoro è l’elemento di coesione di base :  in questa ottica, gli interessi di italiani ed immigrati sono convergenti al momento in cui c’è un comune coinvolgimento in un percorso di crescita e economica e di accresciuta sicurezza sociale , ma fatalmente si ha un vero e proprio conflitto allorchè il contesto è come quello attuale, ossia con un’economia in crisi, una disoccupazione dilangante ed una percezione di crescente insicurezza sociale. Ma pare proprio che non se ne accorga nessuno … O forse ,semplicemente, qualcuno ritiene che tutto questo non sia importante.

L’incapacità di comprendere che non vi è spazio per le soluzioni unilaterali ,del resto,è palese anche negli attacchi feroci e nelle accuse di demagogia con cui il governo ed i suoi sodali attaccano chi denuncia l’assurdità delle scelte fatte: da che mondo è mondo , in democrazia ,  l’opposizione fa il suo mestiere  ed il disagio sociale, quando emerge , non può essere imputato a chi lo denuncia , ma caso mai a chi non lo ha saputo affrontare con le misure adeguate.

Intanto,però , qualche prefetto ha capito  dove sta il trucco :  ad obbedire senza pensare non si tutela il pubblico interesse ,ma in compenso si fa carriera !

 

Stefano Del Giudice

 

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